domenica 8 dicembre 2013

L'arte tessile degli indiani Navajos

La produzione del tappeto di maggior pregio è associata all'Oriente, nell'immaginario collettivo, quasi non esistessero nel mondo occidentale manufatti tessili di pari qualità. D'altro canto, nel corso della storia le cose sono andate così, e l'immagine che ne ha il pubblico risulta perfettamente a fuoco se si pensa che i primi tappeti europei, intessuti a Parigi dal XIII secolo al XVI (ove si prescinda da quelli arabi di Spagna dei secoli precedenti), venivano chiamati sarrazinois, denominazione che indicava tutto ciò che era saraceno, ossia musulmano. Quantunque le testimonianze pittoriche dell'età gotica, di Giotto e successivi artisti, già raffigurassero tappeti del Caucaso cristianizzato.

Storicamente la lavorazione a nodi della lana e del cotone, propria del tappeto, ha le sue origini tra i pastori erranti dell'Asia, esprimendo nella trama e nell'ordito l'ortodossia del mondo islamico, turco e persiano, oppure la mistica del taoismo e del buddismo della Cina e dell'India, o del cristianesimo orientale dall'Armenia. Ma non meno suggestiva e ricca di aspetti culturali è l'arte tessile di una tradizione a noi più vicina, quella degli indiani del Nuovo Mondo: precisamente degli Apaches chiamati Navajos, dal nome Nabaxu, villaggio dei campi coltivati. I quali, oltre che conosciuti per la cesellatura dell'argento e per le pitture rituali di sabbia, sono reputati i migliori in America quali tessitori di finissime coperte e tappeti. Ovvero tessitrici, trattandosi soprattutto di donne che facevano "canzoni di filo colorato sui telai", secondo l'immagine dello scrittore native N. Scott Momaday, avanti che l'arte imparata dai nemici Pueblos stanziali prendesse la via del commercio. Sorvolando sulla leggenda di Donna Ragno, che alla numerosa tribù avrebbe insegnato a filare e a tessere.

La riserva indiana Navajo è la più vasta degli Stati Uniti, compresa nella parte settentrionale dell'Arizona delimitata a ovest dal Grand Canyon del Colorado, e che si estende a est nel New Mexico e a nord nello Utah. La primavera nel paese del Navajos, descritta da Willa Cather nel rievocativo romanzo La morte viene per l'Arcivescovo (1927), è un turbinio di sabbia che offusca il sole e impolvera il paesaggio. Panorama peraltro limpido, essendo un solitario altopiano sui duemila metri, nevoso d'inverno e secco d'estate, fantastico per le spettacolari erosioni e le svettanti architetture rocciose, monumenti superstiti di un regno franato. Terra di pastorizia e di miniere dove vivono, amministrandosi con un Consiglio tribale, i seminomadi discendenti della tribù che aveva deposto le armi nel 1864, in seguito alla sconfitta subita nel Canyon de Chelly, il loro ultimo rifugio razziato dai volontari messicani del colonnello Kit Carson, il famoso scout arruolato con le Giacche Blu unioniste. E con la resa due anni dopo del capo guerriero Manuelito, non presente alla disfatta.

Una riserva che abbraccia al suo interno altri villaggi, i pueblos dei pacifici Hopi appollaiati sulle mesas, le piatte alture nella ventosa regione di aquile e di serpenti, esplorata da D.H. Lawrence nei suoi racconti. Riserva il cui confine con lo Utah, a nord, interseca la Monument Valley, torreggiante con le sue maestose guglie di pietra sul territorio desertico. E' questa la valle impressa nella memoria del pubblico cinematografico fin dal 1939, anno in cui John Ford la fece conoscere al  mondo con il film Stagecoach, la diligenza di Ombre rosse per gli spettatori italiani.

Ispirato anche in seguito dal quel grandioso scenario, naturalmente Ford non fu meno attento ai costumi del popolo Navajo amico. Al punto che uno dei western tra i suoi più belli, il monumentale The Searchers del 1956 (nell'edizione italiana Sentieri selvaggi), viene visto quale splendido intreccio da paragonarsi ai disegni e ai colori dell'arte indiana. In questo modo uno studioso francese, Jean-Louis Leutrat, analizzando nel 1990 il capolavoro fordiano, si rifaceva ai motivi dell'arte della tessitura navajo, caratterizzata dalla cosiddetta lazy line. Vale a dire "linea pigra", linea della pausa, indicante l'interruzione e la ripresa del lavoro della tessitrice, altrimenti affaccendata nel suo hogan domestico, in origine capanna di pali ricoperta di terra. Fatta di "salici e sabbia", scrive Willa Cather, in armonia con la natura circostante.

Tuttavia quella linea interrotta, la minuscola irregolarità che nel tessuto intacca lo schema della composizione, eseguita con tutte le regole, rappresenta un punto nodale di una esperienza creativa, nella quale la donna indiana ci mette l'anima, lasciandoci il segno di un ferita, una cicatrice, una imperfezione per la riuscita più perfetta. L'appellativo Scar, cicatrice, è precisamente il nome del capo di una banda di Comanches, che in The Searchers si contrappone al protagonista Ethan Edwards, impersonata da un mitico John Wayne nella parte di un vendicatore ferito nell'animo, che nell'antagonista indiano si specchia da cima a fondo. Questa lazy line, che nella tessitura non separa mai due colori o disegni, ma si trova sempre all'interno di uno stesso colore o motivo, è dunque uno strappo alla regola, una interna contraddizione che denota una combattiva vitalità, non ingabbiata in una rigida coesione priva di naturalezza.

A questo punto, sulle orme di Elémire Zolla autore dello studio I letterati e lo sciamano (1978), si potrebbe ribadire ciò che affermano i riverenti "ascoltatori dell'indiano", gli iniziati ai misteri della religione dei nomadi Navajos e dei sedentari Pueblos: "La fede conduce ad associazioni tra le cose più inaspettate". In ogni modo, senza voler addentrarci nei sentieri della "metafisica" (o "medicina" secondo gli indiani), una interpretazione feconda dell'ideale navajo, del perfetto e dell'imperfetto insieme, l'aveva già data Emilio Cecchi negli anni '30, per chi avesse saputo leggerla in Italia.

L'insigne critico letterario e maestro della prosa d'arte, nel primo dei suoi libri sui soggiorni americani intitolato Messico (1932), si sofferma ad illustrare proprio l'arte tessile dei Navajos, ammirata soprattutto nel Museo d'Arte Indiana di Santa Fe, nel New Mexico dei pueblos quali centri di culto, lungo la valle del Rio Grande, la zona delle missioni francescane sopravvissute alla rivolta antispagnola del 1680. Un mondo in cui, dalla pittoresca Taos colonia di eccentrici, alla segreta Los Alamos off limits, "gli artisti, i pazzi, i penitenti, gli indiani, la bomba atomica sono i protagonisti dello spettacolo" che interesserà Guido Piovene, vent'anni dopo, viaggiatore nel paese del fuorilegge Billy the Kid e nella immensa e desolata riserva Navajo, di cui ci parla in De America pubblicato nel 1953.

Nondimeno, pure tra le eroiche memorie del banditismo di frontiera, quei luoghi accoglievano il visitatore in una terra silenziosa di cavalli al sole, e di uccelli che saltellano sulle mangiatoie, racconta Cecchi, dove "la rustica poesia del West è più presente che in tanti romanzi d'avventure, e cinematografie dei ranchos". E dopo averci descritto quei meravigliosi tessuti indiani, vecchi di un secolo o un secolo e mezzo, evidenziando "l'austero accordo delle tinte: rosso sangue, turchino elettrico, grigio tortora", l'attento estimatore così esponeva le sue riflessioni: "Quando una donna Navajo sta per finire uno di questi tessuti, essa lascia nella trama e nel disegno una piccola frattura, una menda: 'affinché l'anima non le resti prigioniera dentro al lavoro'. Questa mi sembra una profonda lezione d'arte: vietarsi, deliberatamente, una perfezione troppo aritmetica e bloccata. Perché le linee dell'opera, saldandosi invisibilmente sopra sé stesse, costituirebbero un labirinto senza via d'uscita; una cifra, un enigma di cui s'è persa la chiave. Per primo, s'irretirebbe nell'inganno lo spirito che ha creato l'inganno".

E pertanto Cecchi si avviava a concludere la sua pagina esemplare, suggeritagli dallo spirito della gente Navajo pacificata con la terra e con gli uomini, scrivendo una frase da ricordarsela, oggi e sempre, come allora: "E' un avvertimento contro il materialismo estetico".

(2003)                                                                                                                                                            Stefano Ebert